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    <title>Scritti</title>
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    <title>Tracce per i Temi di Italiano e Storia - Istituto Ariosto, II C </title>
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    <description>&lt;div class=&quot;field field-name-body field-type-text-with-summary field-label-hidden&quot;&gt;&lt;div class=&quot;field-items&quot;&gt;&lt;div class=&quot;field-item even&quot; property=&quot;content:encoded&quot;&gt; &lt;p&gt;Facendo tesoro del viaggio della memoria che hai svolto di recente, e riferendoti alle esperienze vissute, oltre che alle conoscenze acquisite, sviluppa una traccia tra quelle proposte dai seguenti testi:&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;1. Poni a confronto le due riflessioni seguenti:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;a) &amp;ldquo;Due generazioni dopo la deportazione e lo sterminio degli Ebrei dell&amp;#39;Europa orientale, questa regione si è trasformata in un paesaggio del ricordo visitato da turisti israeliani, americani e dell&amp;#39;Europa occidentale: questi monumenti sono diventati una grande attrazione turistica, centinaia di visitatori occidentali (per la maggior parte ebrei) si riversano in villaggi che non hanno altro da offrire se non il ricordo di un&amp;#39;assenza. Invece delle famiglie viventi e delle comunità, sono oggi i monumenti, spesso costruiti da e per i visitatori occidentali, che spingono i sopravvissuti a farvi ritorno da turisti&amp;rdquo; &lt;em&gt;(J.E. Young)&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;b) &amp;ldquo;Il vivente che viene in questo luogo da un altro mondo, non possiede altro che la sua conoscenza delle cifre, dei resoconti che ne sono stati fatti, le testimonianze dei testimoni oculari; esse sono una parte della sua vita, se la porta dietro, ma può comprendere soltanto ciò di cui fa esperienza&amp;rdquo; (Peter Weiss)&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;2. &amp;ldquo;Dov&amp;#39;è oggi questa &amp;#39;memoria&amp;#39;? La perdita di questa &amp;#39;memoria morale&amp;#39; (per altro orribile parola!) non è forse il motivo dello sfaldarsi di tutti i vincoli, dell&amp;#39;amore, dell&amp;#39;amicizia, della fedeltà? Niente resta, niente si radica. Tutto è a breve termine, tutto ha breve respiro. Ma beni come la giustizia, la verità, la bellezza e in generale tutte le grandi prestazioni, richiedono tempo, stabilità, &amp;ldquo;memoria&amp;rdquo;, altrimenti degenerano. Chi non è disposto a portare la responsabilità di un passato e a dare forma a un futuro, costui è uno &amp;ldquo;smemorato&amp;rdquo;, e io non so come si possa colpire, affrontare, far riflettere una persona simile. Poiché qualsiasi parola, anche se al momento è capace di fare impressione, viene poi inghiottita dalla smemoratezza&amp;rdquo;&amp;nbsp;&lt;em&gt;(Dietrich Bonhoeffer, lettera del 1 febbraio 1944 dal carcere berlinese di Tegel: 2 mesi dopo sarà impiccato come oppositore politico a Flossenbürg).&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;3. a) &amp;ldquo;Non è soltanto permesso, ma anche equo e giusto uccidere i tiranni, poiché chi si appropria della spada merita di perire di spada [&amp;hellip;] Di sicuro nessuno vendicherà un nemico del pubblico, e chiunque non agisca contro di lui tradisce se stesso e tutto il corpo di leggi della repubblica terrena [&amp;hellip;] Il tiranno, in quanto immagine di malvagità, il più delle volte va addirittura ucciso&amp;rdquo; &lt;em&gt;(Giovanni di Salisbury, Policraticus, 1159)&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;b) &amp;ldquo;Consideriamo che un tiranno, che si pone al di sopra di ogni legge e difende la propria ingiustizia con una forza di cui nessun magistrato è in grado di opporsi, si pone al di sopra di ogni punizione e al di sopra di ogni giustizia che non sia quella somministrata da qualche mano generosa . E&amp;#39; certo che l&amp;#39;umanità intera sarebbe ben poco al sicuro se non vi fosse giustizia capace di raggiungere le grandi cattiverie, e se i tiranni fossero immunitate scelerum tuti, protetti dalla grandezza dei loro crimini. Le nostre leggi, allora, non sarebbero che ragnatele: buone per prendere le mosche, ma inutili a trattenere vespe e calabroni [&amp;hellip;] Ma chi vuole mettersi al riparo da ogni mano, sappia che non può mettersi al riparo da tutte. Chi sfugge alla giustizia nei tribunali deve attendersi di trovarla nelle strade, e chi va armato contro tutti gli uomini arma tutti gli uomini contro di sé. &amp;ldquo;Bellum est in eos qui judiciis coerceri non possunt&amp;rdquo; (dice Cicerone), ovvero: facciamo guerra a coloro contro cui nulla può la legge &lt;em&gt;(Edward Sexby, Killing Noe Murder, 1657)&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;4. &amp;ldquo;Nel regno del Kitsch totalitario, le risposte sono già date in precedenza, ed escludono qualsivoglia domanda. Ne deriva che il vero antagonista del Kitsch totalitario è l&amp;#39;uomo che pone delle domande. Una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto per permetterci di dare un&amp;#39;occhiata a ciò che si nasconde dietro [&amp;hellip;]: davanti c&amp;#39;è la menzogna comprensibile e dietro, intravista, l&amp;#39;incomprensibile verità&amp;rdquo; &lt;em&gt;(Milan Kundera - nato a Brno, Cecoslovacchia, nel 1929 - L&amp;#39;insostenibile leggerezza dell&amp;#39;essere, 1984) .&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;h3&gt;Verifica di recupero sul viaggio della memoria&lt;/h3&gt;&lt;p&gt;A partire dall&amp;#39;esperienza del viaggio della memoria che hai affrontato di recente, sviluppa una riflessione autonoma su una delle tracce seguenti (oppure, se preferisci, ponile a confronto) :&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;ol&gt;&lt;li&gt;&lt;p&gt;&amp;ldquo;Il mondo storico è un oceano a cui affluiscono tutte le storie parziali. La storia può sembrare la memoria universale della specie umana, ma la memoria universale non esiste [&amp;hellip;] ogni memoria collettiva ha per supporto un gruppo limitato nel tempo e nello spazio. Non si può raccogliere la totalità degli eventi in un unico quadro che a condizione di separarli dalla memoria dei gruppi che ne custodivano il ricordo, di recidere i legami attraverso cui erano uniti alla vita psicologica degli ambienti dove si erano prodotti e di non conservare che lo schema cronologico e spaziale&amp;rdquo;&lt;em&gt; (Maurice Halbwachs, La memoria collettiva, 1950).&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;&lt;/li&gt;&lt;/ol&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;ol start=&quot;2&quot;&gt;&lt;li&gt;&lt;p&gt;&amp;ldquo;C&amp;#39;è un quadro di Klee che s&amp;#39;intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L&amp;#39;angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l&amp;#39;infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta&amp;rdquo; &lt;em&gt;(Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia, 1939)&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;&lt;/li&gt;&lt;/ol&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;</description>
     <pubDate>Wed, 17 Apr 2013 07:16:20 +0000</pubDate>
 <dc:creator>viaggio della memoria</dc:creator>
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    <title>Tema di Arianna Chierici</title>
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    <description>&lt;div class=&quot;field field-name-body field-type-text-with-summary field-label-hidden&quot;&gt;&lt;div class=&quot;field-items&quot;&gt;&lt;div class=&quot;field-item even&quot; property=&quot;content:encoded&quot;&gt; &lt;p&gt;Tema di Italiano e Storia di Arianna Chierici II C&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;Viviamo in un mondo che corre. Avanza ad una velocità tale da costringere chi lo abita ad arrancare nel duplice tentativo di restare al passo e di&amp;nbsp; tenersi alla larga dal timore che &amp;ndash; in caso di caduta durante il percorso &amp;ndash; sia impossibile rialzarsi e ritrovare tutto come lo si era lasciato.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La nostra è una società frenetica: ogni giorno ciascuno è sottoposto ad innumerevoli sollecitazioni diverse, infinite scariche di stimoli &amp;ndash; visive, uditive o tattili &amp;ndash; dalle quali veniamo indirizzati, orientati, ma anche&amp;nbsp; ingannati e illusi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La prolungata esposizione a tali fattori non fa che portarci a volerne sperimentare di nuovi, sempre più impressionanti e spettacolari, in una dipendenza che nessuno ha interesse a riconoscere come tale. Ogni individuo si lascia nutrire dai propri stimoli, senza riuscire a sfamarsene mai del tutto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;L&amp;rsquo;aspirazione più comune è lasciare un segno del proprio passaggio sulla terra, &amp;ldquo;sbracciandosi&amp;rdquo; nei modi più ingenui e disperati nella spasmodica ossessione di essere notati dall&amp;rsquo;universo, nell&amp;rsquo;illusione che quando moriremo non saremo morti sul serio; che potremo sfuggire all&amp;rsquo;oblio.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Nel mondo che corre non ci è mai dato di rallentare il passo per ammirare le cose che hanno meravigliato la nostra specie per centinaia di anni; manca il tempo di sperimentare un&amp;rsquo;emozione, e perfino di pensare &amp;ndash; cosa che nessuno ha interesse ad ammettere.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;L&amp;rsquo;esistenza è leggera come chi la conduce: niente di abbastanza sconvolgente da colpirci, niente che ci appartenga e niente che osi sorpassare la facilità del momento e la superficie.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il nostro mondo corre, stordendoci con la sua velocità e il suo baccano. Anziché lamentarcene, gli siamo grati: nessuno ha interesse ad ammettere che la narcotizzazione generale in cui siamo immersi è un ottimo pretesto per sfuggire da se stessi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Nonostante questo, esistono realtà che obbligano &amp;ndash; con imponente prepotenza &amp;ndash; a fermarsi. Luoghi dove sembra che il tempo sia sospeso, lontani anni luce dal mondo che corre eppure così parte di esso. Uno di quei luoghi è Terezin, fortezza minore.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Acqua, erba e mattoni non sono altro che il contenitore di ciò che realmente la rende ciò che è. Di Terezin non rimangono i numeri &amp;ndash; l&amp;rsquo;altezza, la lunghezza e lo spessore delle mura, l&amp;rsquo;estensione del tunnel.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Di Terezin rimane il silenzio. Non del genere del vuoto dell&amp;rsquo;assenza. Il genere di silenzio di quando tutti urlano. A tratti ci mette a disagio, cerchiamo di schermircene; perché non è semplice fermarsi &amp;ndash; ancora con il fiato corto dalla corsa &amp;ndash; e guardarsi intorno.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Si sa quanto misurano le mura e il tunnel, da dove deriva il nome &amp;ldquo;Terezin&amp;rdquo; e per cosa la fortezza veniva usata in precedenza. Eppure non esiste un dato in grado di quantificare il silenzio, né atto a definire il motivo per cui sembri così affollata da opprimere, nonostante sia deserta.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ed è proprio la pace tormentata di quel luogo &amp;ndash; con i suoi contorni semplici, fatti di terra, cielo e mura &amp;ndash; a non lasciare scampo nemmeno a chi appartiene ad una società come la nostra, ed è così abituato alla teatralità artificiale in cui siamo immersi da rimanere spiazzato di fronte alla scarna semplicità del dolore.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Di Terezin resta questo, insieme ad un fiore bianco abbandonato lungo un rivolo d&amp;rsquo;acqua: non puoi sapere dove andrà, ma sei certo che andrà da qualche parte. Come scrive John Green in uno dei suoi romanzi più celebri &amp;ldquo;ci sono infiniti più grandi di altri infiniti&amp;rdquo;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quando si parla di &amp;ldquo;Viaggio della Memoria&amp;rdquo;, non si riflette mai davvero sul significato di &amp;ldquo;memoria&amp;rdquo; in una società come la nostra. Si aspira ad essere ricordati con una tale intensità da perdere di vista tutto il resto. Come il senso di responsabilità, ad esempio, ormai percepito come un vincolo che frena la libertà: quella libertà di cui tanto ci vantiamo, e che a nessuno conviene ammettere che sia venuta meno da quando correre è diventato tutto ciò per cui viviamo e moriamo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Siamo una ferita infetta, e non è semplice sanare la mentalità di una generazione. Eppure, luoghi come Terezin possono rivelarsi come insospettate gocce di antidoto. La memoria non trova il suo inizio e la sua fine nel ricordare. La memoria c&amp;rsquo;è quando si assimila qualcosa e lo si rende parte di sé. È quello che ci rende le persone che siamo e ci distingue da tutti gli altri.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Terezin permette di rallentare la frenetica corsa contro il tempo senza vincitori a cui ognuno è iscritto dalla nascita, e non si limita a permanere in noi come fantasma di un orribile luogo di morte. Terezin è viva nella memoria di coloro che l&amp;rsquo;hanno&amp;nbsp; vista, improvvisati intermediari tra la frenesia e la quiete, lo stordimento e la realtà, la corsa e la fermata.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Pretendere che ciò sia sufficiente a salvare tutti dal proprio silenzio mentale &amp;ndash; vero e proprio silenzio dell&amp;rsquo;assenza, in questo caso &amp;ndash; è pretenzioso ed irrealizzabile.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Tuttavia, buona parte dei più preziosi cambiamenti dell&amp;rsquo;umanità hanno visto la loro origine nel piccolo impegno dei singoli. Come scrive Dietrich Bonhoeffer, &amp;ldquo;Le grandi prestazioni, richiedono tempo&amp;rdquo;.&lt;/p&gt; &lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;</description>
     <pubDate>Fri, 12 Apr 2013 19:52:16 +0000</pubDate>
 <dc:creator>viaggio della memoria</dc:creator>
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    <title>Tema di Caterina Stamin</title>
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    <description>&lt;div class=&quot;field field-name-body field-type-text-with-summary field-label-hidden&quot;&gt;&lt;div class=&quot;field-items&quot;&gt;&lt;div class=&quot;field-item even&quot; property=&quot;content:encoded&quot;&gt; &lt;p&gt;Tema di Italiano e Storia di Caterina Stamin II C&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;Per chiunque voglia scoprire, comprendere, conoscere e soprattutto crescere è necessario porsi delle domande. Come afferma Milan Kundera &amp;ldquo;una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale per permetterci di dare un&amp;rsquo;occhiata a ciò che si nasconde dietro&amp;rdquo;. Una domanda movimenta e turba il pensiero, poiché è dal chiedere che parte il dubbio sul rispondere ed è dal dubbio del rispondere che si giunge a mettere in discussione le menzogne della falsa verità, appunto la &amp;ldquo;tela di un fondale dipinto&amp;rdquo;. Con il viaggio che abbiamo affrontato ci è stato possibile confrontarci con un intero universo di menzogna celato dalla propaganda. Un esempio di questo occultamento di verità l&amp;rsquo;abbiamo trovato a Theresienstadt, la cosiddetta &amp;ldquo;città di Teresa&amp;rdquo;, sorta in onore della madre dell&amp;rsquo;imperatore Giuseppe II. Fu segnalata e mostrata alla popolazione all&amp;rsquo;insegna del motto &amp;ldquo;il Fuehrer regala una città agli ebrei&amp;rdquo;, come dono, e ritenuta, nell&amp;rsquo;estate del 1942, dalla crocerossa danese e svedese lì recatasi, un luogo piacevole e addirittura &amp;ldquo;gradevole&amp;rdquo;. Agli inviati internazionali furono mostrate infatti varie attività che si svolgevano al suo interno, bagni spaziosi, residenze, luoghi di cultura e apprendimento. Nessuno degli ispettori ebbe l&amp;rsquo;acutezza o la mente aperta per guardare dietro quello che veniva presentato. Il silenzio e il vuoto che si percepiscono percorrendo le strade rettilinee di quella città, ma anche solo il vento gelido che ha colpito noi coperti fino alle orecchie, suggeriscono un tremendo spettacolo di morte. Bisogna sapere che Terezin era divisa in due fortezze: la fortezza grande usata come ghetto per gli ebrei e quella piccola come penitenziario o luogo di lavorocoatto per ebrei e prigionieri politici; tutto, in ogni caso,non era che una tappa di passaggio in attesa di un treno che portava verso i campi di sterminio. Bisogna sapere che tutto ciò che era stato mostrato al personale della crocerossa fu creato esclusivamente per il suo arrivo e distrutto subito dopo. Bisogna sapere che quei bagni nessuno li ha realmente mai usati. Bisogna sapere che lì migliaia di persone ogni giorno appese a un filo di speranza sopportavano la fame, la malattia, il freddo e la privazione di libertà. Non solo: è necessario sapere che gli ufficiali del campo si presero gioco degli internati a cui fu fatta costruire una piscina destinata al puro svago dei comandanti. Furono inoltre fatti sfilare davanti ad essa mentre probabilmente tornavano al campo di lavoro o andavano al patibolo per offrire materia di &amp;ldquo;divertimento&amp;rdquo; ai loro aguzzini. Camminando per Terezin si immagina il dolore di migliaia di persone ammassate, la loro obbedienza ai freddi richiami, le urla, i passi pesanti delle marce, la sopportazione di stanchezza, fatica, privazione, mancanza, ricordi. Una totale pianificazione di una giustizia criminale. Propaganda e logica di distruzione si sono dispiegate anche a Lidice, un piccolo paese raso al suolo per vendetta all&amp;rsquo;attentato ad Heydrich, svoltosi il 27 Maggio 1942. Il governo ceco in esilio a Londra aveva progettato infatti un&amp;rsquo;operazione militare, operazione &amp;ldquo;Anthropoid&amp;rdquo;, contro Heydrich, inviato da Hitler come governatore del protettorato di Boemia e Moravia, lui che era stato uno degli ideatori della &amp;ldquo;soluzione finale&amp;rdquo;. Sette paracadutisti si misero in azione e riuscirono a portare a termine la loro missione uccidendolo, ma un commando di un centinaio di soldati addestrati ad ammazzare fu inviato per eliminare questi sette partigiani cechi, che, dopo otto ore di resistenza, furono uccisi ad insegnamento e monito per la popolazione. Si credeva che alcuni di loro provenissero appunto da Lidice e così gli uomini di questo paese furono fucilati, deportate le donne, distrutte le case e 82 bambini mandati ai forni crematori. Solo 17 di loro, prescelti perché ritenuti adatti alla &amp;ldquo;germanizzazione&amp;rdquo;, furono tenuti in vita e dati in adozione a famiglie tedesche. Non è solo il freddo, non è il silenzio, è ancora una volta il vuoto che uccide in quel posto, il pensiero di calpestare una terra che era abitata, l&amp;rsquo;immaginarsi i cancelli delle case, delle voci, o anche solo un po&amp;#39; di sporcizia per terra, qualche carta buttata, qualcosa che possa mostrare che prima vi era vita. Nulla. Solo con il ricordo è possibile conoscere la verità e sapere che quello era stato uno fra i tanti luoghi dove si era vissuto e sofferto, perché lo sguardo e gli altri sensi percepiscono solo il deserto di una grande distesa verde. Sappiamo che gli attentatori che uccisero Heydrich non provenivano da Lidice, che il massacro era stata l&amp;rsquo;ennesima operazione di propaganda pianificata e costruita come minaccia, come lezione e richiamo all&amp;rsquo;obbedienza. Mi chiedo dunque &amp;ldquo;come mai&amp;rdquo;. Come sia possibile uccidere tanti innocenti ma ancora prima come sia possibile costruire una tale ideologia di menzogna criminale. Porre domande, conoscere, ricordare: solo in questo modo è forse possibile squarciare il fondale finto e gettare uno sguardo sulla verità.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;</description>
     <pubDate>Fri, 12 Apr 2013 19:50:37 +0000</pubDate>
 <dc:creator>viaggio della memoria</dc:creator>
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    <title>Cari indifferenti,</title>
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    <description>&lt;div class=&quot;field field-name-body field-type-text-with-summary field-label-hidden&quot;&gt;&lt;div class=&quot;field-items&quot;&gt;&lt;div class=&quot;field-item even&quot; property=&quot;content:encoded&quot;&gt; &lt;p&gt;Tema di Italiano e Storia di Chiara Corradini&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;Cari indifferenti,&lt;br /&gt;domani andrò in gita a Praga e a Terezin, da tempo a scuola abbiamo discusso e approfondito gli argomenti e i luoghi che tra poche ore vedrò di persona. Non sono luoghi come altri, né di mero intrattenimento, sono luoghi di una storia crudele e orribile, avvenuta poco meno di settanta anni fa. E questo mi fa pensare. Mi tornano alla mente i volti di Havka Folman Raban e di Ernst Grube, due testimoni che hanno vissuto la persecuzione nazista e la resistenza europea e che sono venuti, pochi mesi fa, a Reggio Emilia, nella mia città, per parlare di persona ai ragazzi di quanto loro accaduto. Havka a soli diciassette anni fece parte della resistenza europea nel ghetto di Varsavia. Venne successivamente arrestata per la sua azione di staffetta di collegamento con il ghetto di Cracovia e deportata ad Auschwitz. Riuscì a sopravvivere. Ernst, invece, visse la Shoah, come lui stesso ci disse, &amp;ldquo;con gli occhi di un bambino&amp;rdquo;: infatti a dodici anni venne deportato a Terezin. In seguito, alla fine della guerra, riuscì a ritrovare la sua famiglia composta dai genitori, dal fratello maggiore e dalla sorella minore, un &amp;ldquo;lieto fine&amp;rdquo; che, purtroppo, non molto spesso si è verificato. Loro, come tanti altri, hanno avuto il coraggio di resistere e di opporsi al regime nazista. Per questo mi chiedo:&amp;rdquo;Se io fossi vissuta in quel preciso momento storico come avrei agito? Avrei avuto il coraggio di dire &amp;ldquo;no!&amp;rdquo;? Sarei stata in grado di mettermi in gioco e di oppormi con la tenacia di Havka, che aveva la mia stessa età, o avrei taciuto davanti a quegli orrori che si compivano ogni giorno?&amp;rdquo; Credo che nessuno lo possa sapere con assoluta certezza. L&amp;rsquo;unica cosa che oggi si può fare è ricordare e tenere radicato nella memoria il nostro passato. Tuttavia, spesso ho sentito dire &amp;ldquo;perché ricordare?&amp;rdquo;, &amp;ldquo;perché il viaggio della memoria?&amp;rdquo; o &amp;ldquo;sono avvenimenti passati&amp;rdquo;. Io a queste persone direi che non si può volere e pretendere il diritto al futuro senza ricordare il passato, perché peggio della crudeltà e della violenza, che ha portato alla morte di più di 6.000.000 milioni di persone, ci può essere solo l&amp;rsquo;indifferenza. Ora più che mai bisogna smuovere le coscienze, e il viaggio della memoria serve proprio a questo, in quanto ci sono sempre due facce della medaglia, se oggi c&amp;rsquo;è chi dimentica, c&amp;rsquo;è anche chi ha provato e prova ancora a cancellare, come se nulla fosse stato. Allora tentiamo di porre in quella medaglia un&amp;rsquo;altra faccia, la faccia di chi, se pur con umiltà e con pochi strumenti, vuole ricordare. Noi abbiamo un futuro, sogni e aspettative mentre c&amp;rsquo;è il futuro di tanti ragazzi e ragazze come noi, che non è mai sorto. E sempre rivolgendomi agli indifferenti, riporto le parole di Dietrich Bonhoeffer , che, in una lettera del 1 febbraio 1944, dal carcere berlinese di Tegel scrisse: &amp;ldquo;Dov&amp;rsquo;è oggi questa &amp;ldquo;memoria&amp;rdquo;? la perdita di questa &amp;ldquo;memoria morale&amp;rdquo; non è forse il motivo dello sfaldarsi di tutti i vincoli, dell&amp;rsquo;amore, dell&amp;rsquo;amicizia, della fedeltà? Niente resta, niente si radica. Tutto è breve termine, tutto ha breve respiro&amp;rdquo;. La memoria è l&amp;rsquo;unica risposta possibile alla cecità, unico collante in grado di tenere insieme passato, presente e futuro, senza di essa vivremmo nella staticità fisica e morale, senza ricordi né speranze. E oggi, come disse Dietrich Bonhoeffer, &amp;ldquo;Chi non è disposto a portare la responsabilità del passato e dare forma al futuro, costui è uno &amp;ldquo;smemorato&amp;rdquo;&amp;rdquo;. Una delle componenti essenziali della vita sociale è l&amp;rsquo;indignazione accompagnata dall&amp;rsquo;impegno che ne è diretta conseguenza. Cari indifferenti lascio a voi la decisione di indignarvi o di dire &amp;ldquo;io non posso niente&amp;rdquo;. Bisogna vivere anche per coloro che non ci sono e che non hanno potuto continuare a vivere, uccisi dagli stenti, dal freddo, dalla fame, dall&amp;rsquo;odio. Per tutti gli invisibili della storia.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;</description>
     <pubDate>Fri, 12 Apr 2013 19:47:10 +0000</pubDate>
 <dc:creator>viaggio della memoria</dc:creator>
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    <title>Tema di Giulia Casoni</title>
    <link>http://www.ilfuturononsicancella.it/archivio/elaborazione/scritti/tema-di-giulia-casoni</link>
    <description>&lt;div class=&quot;field field-name-body field-type-text-with-summary field-label-hidden&quot;&gt;&lt;div class=&quot;field-items&quot;&gt;&lt;div class=&quot;field-item even&quot; property=&quot;content:encoded&quot;&gt; &lt;p&gt;Tema di Italiano e Storia di Giulia Casoni II C&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;&amp;lsquo;&amp;rsquo;NON è SOLTANTO PERMESSO, MA ANCHE EQUO E GIUSTO UCCIDERE I TIRANNI ... CHE, IN QUANTO IMMAGINI DI MALVAGITÁ, IL PIỨ DELLE VOLTE VANNO ADDIRITTURA UCCISI.&amp;rsquo;&amp;rsquo;Afferma il religioso medievale Giovanni da Salisbury nel &amp;lsquo;&amp;rsquo;Policraticus&amp;rsquo;&amp;rsquo; del 1159. In linea di principio, non condivido affatto questa opinione. Ritengo che ognuno, tiranno o comune cittadino, per quanto sia stato crudele e nonostante tutto il male da esso provocato abbia il diritto, in quanto essere umano, a un giusto processo tenuto da persone competenti e di non essere perciò ucciso dalla bestiale ferocia di uomini che in questo modo non si dimostrano tali. Tuttavia, tornata da poco dal Viaggio della Memoria svoltosi tra Praga e Terezin, ho riflettuto più volte su questa mia posizione perché ho avuto modo di conoscere e di vedere coi miei occhi una minima parte della colossale e tremenda malvagità dei &amp;lsquo;&amp;rsquo;tiranni&amp;rsquo;&amp;rsquo; nazisti. Mi sono chiesta se uccidere un &amp;lsquo;&amp;rsquo;macellaio di uomini&amp;rsquo;&amp;rsquo; sia così bestiale.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;lsquo;&amp;rsquo;è CERTO CHE L&amp;rsquo;UMANITÁ INTERA SAREBBE BEN POCO AL SICURO SE NON VI FOSSE GIUSTIZIA CAPACE DI RAGGIUNGERE LE GRANDI CATTIVERIE.&amp;rsquo;&amp;rsquo;Scrive Sexby nel 1657 nel &amp;lsquo;&amp;rsquo;Killing noe murder&amp;rsquo;&amp;rsquo;. Sento, oggi, di poter condividere questa frase, avendo in particolare avuto l&amp;rsquo;occasione di conoscere la vicenda di Heydrich. Rainhard Heydrich: classe 1904, generale SS e collaboratore di Himmler, inviato da Hitler nel 1941 a Praga ( nella Cecoslovacchia che, già dal patto di Monaco del 1938 stretto tra i leaders tedesco, italiano, inglese e francese, era stata nel Marzo 1939 invasa dai nazisti ) come Governatore del Protettorato di Boemia e Moravia, aveva l&amp;rsquo;incarico di controllare che il popolo ceco non organizzasse rivolte contro il regime; compito svolto così egregiamente e, purtroppo, sanguinariamente, che gli valse l&amp;rsquo;appellativo di &amp;lsquo;&amp;rsquo;BOIA di PRAGA&amp;rsquo;&amp;rsquo;. Nel caso in cui ciò non basti a descrivere il tipo di persona di cui si tratta, mi sembra opportuno aggiungere che nella riunione tenutasi il 20 Gennaio 1942 nella Villa del Wannsee fu lui che pianificò e illustrò la tristemente famosa &amp;lsquo;&amp;rsquo;soluzione finale&amp;rsquo;&amp;rsquo;. Era necessario prendere provvedimenti. Il leader ceco Benes ( in esilio a Londra ), gli inglesi e la resistenza nazionale ceca optarono per un attentato diretto alla vita del Boia SS. Il 28 Dicembre 1941 furono paracadutati a Praga i tre gruppi ( ANTHROPOID e SILVER A ) di cechi addestrati a tale impresa.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;lsquo;&amp;rsquo;CHIUNQUE NON AGISCA CONTRO DI LUI TRADISCE SE STESSO.&amp;rsquo;&amp;rsquo; ( G. di Salisbury ) Benes, nonostante avesse ricevuto il messaggio in cui gli veniva richiesto dalla resistenza ceca di fermare l&amp;rsquo;operazione per evitare rappresaglie, non diede l&amp;rsquo;ordine di interrompere l&amp;rsquo;attentato.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;lsquo;&amp;rsquo;NESSUNO VENDICHERÁ UN NEMICO DEL PUBBLICO.&amp;rsquo;&amp;rsquo; ( G. di Salisbury ) Falso. Al segnale dato dal riflesso di uno specchio complice, il 27 Maggio 1942 ( benché i paracadutisti ne fossero ignari, era l&amp;rsquo;ultimo giorno utile per attuare il piano ) Gabcik tenta di sparare ad Heydrich che esce in auto da una curva, ma il mitra non spara. Kubis lancia sotto il veicolo nazista una bomba a mano che ferisce l&amp;rsquo;obiettivo, il quale tuttavia morirà solo il 4 Giugno in un ospedale poco distante dal luogo dell&amp;rsquo;attentato a causa di un&amp;rsquo;infezione. Le rappresaglie naziste furono spaventose: basti pensare alla loro disumanità nel radere al suolo un&amp;rsquo;intera città, Lidice, nella convinzione ( erronea ) che uno degli attentatori fosse di quel posto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;lsquo;&amp;rsquo;CHI VUOLE METTERSI AL RIPARO DA OGNI MANO, SAPPIA CHE NON PUÓ METTERSI AL RIPARO DA TUTTE.&amp;rsquo;&amp;rsquo; ( Sexby ) Tristemente vero. I paracadutisti uccisori di Heydrich trovarono rifugio nella catacomba della chiesa ortodossa dei santi Cirillo e Metodio, ma una voce traditrice, nel coro cittadino praghese che unanimamente li copriva, riferì ai tedeschi il loro nascondiglio. Vennero scovati il 18 Giugno, i pochi di loro che non morirono sotto gli spari nazisti si tolsero la vita pur di non essere presi vivi. Mi chiedo se un uomo come Heydrich valesse davvero le vite di migliaia di uomini, di donne, di bambini,civili fucilati, innocenti deportati, una città scomparsa, tanto dolore e tanta sofferenza.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;lsquo;&amp;rsquo;CHI VA ARMATO CONTRO TUTTI GLI UOMINI ARMA TUTTI GLI UOMINI CONTRO DI SE&amp;rsquo;. &amp;lsquo;&amp;rsquo; ( Sexby ) Sono giunta alla conclusione che forse ne valesse davvero la pena; Heydrich vivo avrebbe potuto facilmente, magari anche volentieri, provocare ancora più dolore di quello che ha causato una volta morto. Sono certa che un gesto come quello dei paracadutisti cechi abbia incoraggiato e unito tutta l&amp;rsquo;Europa&amp;nbsp;sottomessa contro il totalitarismo nazista, che una tale dimostrazione di coraggio e di amor di patria abbia risvegliato negli uomini ormai rassegnati il desiderio remoto di libertà. Tutta Praga ha difeso coloro che si erano armati contro l&amp;rsquo;oppressore e invasore nazista. &amp;lsquo;&amp;rsquo;La legge della strada di Praga&amp;rsquo;&amp;rsquo; sconfisse in quel giorno la legge nazista. Il prezzo fu indubbiamente spropositato, ma fu grande altrettanto la speranza portata alla Cecoslovacchia di un domani più sereno e soprattutto, più libero. Davanti a un tiranno assassino come Heydrich e a tutti i suoi colleghi nazisti, è difficile non giustificare il comportamento, spietato se vogliamo, dei loro assassini. Secondo me, l&amp;rsquo;attentato non servì solo a colpire uno dei membri più alti della gerarchia nazista, ma anche a rendere evidente a tutti che si poteva ancora fare qualcosa, che si poteva ancora resistere all&amp;rsquo;occupazione, che il popolo unito riusciva ancora a mettere in seria difficoltà la superpotenza tedesca e che, soprattutto, c&amp;rsquo;era ancora speranza. &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;</description>
     <pubDate>Fri, 12 Apr 2013 19:44:42 +0000</pubDate>
 <dc:creator>viaggio della memoria</dc:creator>
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    <title>Tema di Michael Petrolini</title>
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    <description>&lt;div class=&quot;field field-name-body field-type-text-with-summary field-label-hidden&quot;&gt;&lt;div class=&quot;field-items&quot;&gt;&lt;div class=&quot;field-item even&quot; property=&quot;content:encoded&quot;&gt; &lt;p&gt;Tema di Italiano e Storia di Michael Petrolini&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;Con l&amp;#39;ultima Primavera araba e la conseguente liberazione della Libia dal controllo del generale Gheddafi, è tornato di rilevanza il termine &amp;quot;tirannia&amp;quot; e il conseguente &amp;quot;tirannicidio&amp;quot;. Infatti lo stato voluto dal sopracitato generale, nel quale era assente qualsiasi tipo di libertà, in cui i mezzi di informazione erano sotto il diretto controllo del governo e le poche fonti libere presenti sul web venivano censurate, in cui i singoli oppositori politici venivano arrestati e uccisi, non può che chiamarsi una tirannia. Per uno studente liceale però la parola &amp;quot;tiranno&amp;quot; ha radici ben più remote: già l&amp;#39;antica Grecia, e in particolare anche la stessa Atene, aveva avuto a che fare con questo genere di dominio. Non era infatti raro che, durante un periodo di forti lotte cittadine, un personaggio di spicco nella società cittadina prendesse le redini della situazione e usasse il popolo per i propri scopi in cambio di qualche concessione temporanea. Accadeva però che la vita di questo despota fosse breve, poiché il popolo controllato da un nuovo tiranno faceva decadere quello precedente con la violenza. Ma quand&amp;#39;è che diventa un bene uccidere un altro uomo? Qual è quel confine sottile che porta un&amp;rsquo; azione riprovevole e di norma condannata dalle leggi e soprattutto dal senso di umanità ad essere un atto giusto e degno di lode? Proprio a questo pensavo quando la guida, durante la visita ai luoghi dell&amp;#39;operazione Anthropoid, ci parlò dei due giovani cechi, Gabcik e Luris, che posero fine alla vita del generale SS Heydrick. Friedrich Heydrick, l&amp;#39;uomo più potente del terzo Reich dopo Hitler e Himmler, era diventato dal 1940 Governatore del Protettorato di Boemia e Moravia e aveva svolto il suo compito in maniera tale da essere ricordato con l&amp;#39;appellativo di &amp;quot;Boia di Praga&amp;quot;. Il governo eletto precedentemente in Cecoslovacchia si era rifugiato in Inghilterra e, per provare agli Alleati il desiderio dei cechi di liberarsi dal potere nazista, promosse l&amp;#39;operazione Anthropoid, che aveva l&amp;#39;obiettivo di assassinare Heydrick. Una volta portato a termine l&amp;#39;omicidio, la rappresaglia tedesca fu immane e solo dopo una serie di devastazioni e la cancellazione del paese di Lidice, del quale non rimasero neanche le macerie, riuscì a trovare il nascondiglio dei partigiani, la cripta di una chiesa ortodossa a Praga; i sette responsabili però preferirono la morte alla cattura. Questi ragazzi sono giustamente ricordati come degli eroi della nazione. Bisogna tuttavia tenere presente che l&amp;#39;azione per cui sono lodati è stata la soppressione di un altro uomo. Diventa quindi un diritto, quasi un dovere, porre fine alla vita di un tiranno? Questo dubbio può riproporsi, ad esempio, rispetto alla recente scomparsa del dittatore del Venezuela Hugo Chavez. Costui prese il controllo dello stato con la forza ma, vedendo le immagini del suo funerale e la popolazione sinceramente addolorata per la sua morte, sembrerebbe quasi che egli sia stato un uomo amato dai venezuelani. Ricercando infatti qualche informazione su di lui ho potuto constatare che durante il suo governo il Venezuela ha conosciuto un periodo di grande prosperità e crescita, rimanendo sempre chiuso alle multinazionali e nazionalizzando parte delle proprie industrie. Non sempre quindi un tiranno è una figura apertamente negativa e meritevole della morte. A chi spetta dunque il diritto di scegliere chi è buono e chi è cattivo? Purtroppo il popolo, suscettibile e facilmente controllabile, spesso non è in grado di rispondere in nome del suo reale bene. A questa domanda non saprei dare facilmente una risposta. Ciò di cui però sono abbastanza sicuro è la generale indolenza dell&amp;#39;uomo di qualsiasi tempo nel cercare il proprio bene, problema già evidenziato da Etienne de La Boetie nel &amp;quot;Discorso sulla servitù volontaria&amp;quot;. Quest&amp;#39;ultimo si chiedeva come mai l&amp;#39;essere umano, vedendosi privare della propria libertà, non si indignasse e non cercasse di riprendersi ciò che è suo di diritto, ma al contrario accettasse questa prevaricazione e i conseguenti soprusi senza indignarsi. Probabilmente l&amp;#39;uomo si è assuefatto a tal punto alla sottomissione da non essere più in grado di distinguere l&amp;#39;asservimento dalla libertà. E infatti non passa giorno che in Italia o all&amp;#39;estero alcuni politici/governanti non diano evidentemente segno della disparità che intercorre tra noi e loro, ma la popolazione, a parte alcune rare eccezioni, lascia correre o trova dei capri espiatori sui quali riversare la propria rabbia. E&amp;#39; deludente vedere quanto l&amp;#39;uomo, pur essendosi evoluto e avendo migliorato la propria cultura e capacità tecnologica, non sia rimasto altro che un animale facilmente addomesticabile, a cui basta dare di tanto in tanto &amp;quot;Panem et circenses&amp;quot; per mantenerlo tranquillo e ubbidiente. L&amp;#39;unica speranza che al momento posso trovare è che un giorno diventiamo finalmente coscienti del cappio che si stringe attorno al nostro collo, così da comprendere quanto male abbiamo subito e quanto bene si possa vivere se governati da un potere equo e libero da interessi personali.&lt;/p&gt; &lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;</description>
     <pubDate>Fri, 12 Apr 2013 19:42:28 +0000</pubDate>
 <dc:creator>viaggio della memoria</dc:creator>
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    <title>Tema di Angelavirginia Consolini  </title>
    <link>http://www.ilfuturononsicancella.it/archivio/elaborazione/scritti/tema-di-angelavirginia-consolini</link>
    <description>&lt;div class=&quot;field field-name-body field-type-text-with-summary field-label-hidden&quot;&gt;&lt;div class=&quot;field-items&quot;&gt;&lt;div class=&quot;field-item even&quot; property=&quot;content:encoded&quot;&gt; &lt;p&gt;Tema di Italiano e Storia di Angelavirginia Consolini&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Decido di svolgere la traccia numero 1 non perché sia la più facile, non perché sia la più &amp;ldquo;conveniente&amp;rdquo;, ma perché ciò che questa esperienza mi ha dato è di dimensioni straordinarie; solitamente oso definirmi un po&amp;rsquo;&amp;nbsp; &amp;ldquo;smemorata&amp;rdquo;, ma quel che ho visto, quel che ho sentito, quel che mi è stato raccontato è tutto indelebile e ben saldo nella mia mente.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Mercoledì 9 Gennaio 2013, Ernst Grube, teatro Ariosto, più di mille persone:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;questo uomo di ormai ottantadue anni, abitante a Monaco in Germania, è venuto a raccontarci la sua storia di ragazzo &amp;ldquo;mezzo ebreo&amp;rdquo; nel periodo della seconda guerra mondiale, della sua esperienza di quando fu deportato e soprattutto dell&amp;rsquo;amore per la famiglia di suo padre che era un tedesco &amp;rdquo;ariano&amp;rdquo;. Ricordo gli occhi del signor Grube che trasmettevano una tristezza così amara che le sue parole pronunciate in tedesco arrivarono dritte al cuore; la voce un po&amp;rsquo; fioca ricordava la sofferenza vissuta, il delirio della madre nella ricerca vana delle sue sorelle, la battaglia del padre contro le SS nel decidere di non separarsi dalla moglie e dai figli, ma alla fine anche il breve sorriso nel momento in cui, finito tutto, la famiglia poté di nuovo riunirsi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Martedì 22 Gennaio 2013, Hanka Folman Raban, teatro Cavallerizza:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;cosa ci si potrebbe aspettare da una signora ebrea ormai di ottantanove anni catturata nel 1942 come prigioniera politica e sopravvissuta a tutto ciò? Di certo non una come lei! La cosa che mi ha sorpreso di più è stata&amp;nbsp; sentire e vedere la sua voglia di fare, la sua voglia di vivere e soprattutto la carica nella determinazione di essere proprio se stessa. A diciassette anni prese parte alla resistenza ebraica, divenne una staffetta di collegamento con il ghetto di Cracovia e nel 1942 venne catturata&amp;nbsp; e spedita ad Auschwitz. Oggi &amp;nbsp; vive&amp;nbsp; in Israele, dove è stata tra i fondatori del primo museo della Shoah. Una donna da cui sicuramente prendere esempio.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;L&amp;rsquo;incontro con questi due testimoni è stato veramente profondo: il mettere a nudo la propria esperienza così dura e colma di crudeltà, penso, non sia stato facile per nessuno. Non so se queste persone abbiano fatto ritorno nei posti della tortura come &amp;ldquo;turisti&amp;rdquo;, come dice J.E. Young, in tempi successivi; non riesco ad immaginare quale e quanta forza d&amp;rsquo;animo ci voglia per ritornare là, in quei luoghi&amp;nbsp; che hanno cambiato la vita a molti, e troncata brutalmente a molti di più ancora .&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;27 Febbraio 2013, visita a Terezin:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;la fortezza piccola era un vero e proprio carcere per prigionieri soprattutto politici; abbiamo visto l&amp;rsquo;ufficio dell&amp;rsquo;accettazione e della registrazione dei prigionieri, abbiamo visto le &amp;ldquo;camere da letto&amp;rdquo;, abbiamo visto i bagni usati solo per l&amp;rsquo;ispezione della Croce Rossa nel 1944, abbiamo visto le celle di isolamento, ma ciò che mi ha colpito di più sono stati i letti a castello numerati, quelle strutture di legno duro, grandi, ma&amp;nbsp; certamente troppo piccole&amp;nbsp; per le tante persone che ospitavano. E poi il freddo: le camere erano fredde, i cortili erano freddi, le pareti erano fredde, tutto era freddo; non riesco ad immaginare come potessero&amp;nbsp; quei poveri prigionieri vivere in pigiama!&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La fortezza grande: silenzio.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Silenzio per quelle persone che sono salite su quelle orribile sbarre di ferro che portavano alla non più vita.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Morte, in troppi sono stati cremati.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Indignazione per coloro che non ebbero rispetto per niente e per nessuno e buttarono nel fiume la polvere di tanti innocenti.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ammirazione verso coloro che, pur essendo nella disgrazia totale all&amp;rsquo;intero del ghetto, sono riusciti comunque a disegnare, a scrivere, a recitare, a suonare, cercando di &amp;ldquo;sopravvivere&amp;rdquo; nel migliore dei modi, e , ogni tanto, di strappare un sorriso sul volto di qualcuno.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Rispetto per tutti quelli che hanno combattuto la loro battaglia.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Vita, la cosa più importante al mondo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ho deciso di non descrivere Terezin come semplice fortezza militare e la sua storia, quello si può apprendere leggendo un libro di storia, ho voluto provare ad esprimere i tanti pensieri che quel luogo mi ha trasmesso.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;2 Marzo 2013, commemorazione del viaggio nel &amp;ldquo;paese&amp;rdquo; di Lidice:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;questa è stata per me la dimostrazione di quanto sia infinita e senza limiti la malvagità umana. Quando impulsi primitivi e barbari oltrepassano il limite della ragione, ecco che niente di umano può accadere; Lidice ne è l&amp;rsquo;esempio.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;ldquo;L&amp;rsquo;uomo è davvero così potente da decidere di distruggere quello che altri uomini hanno costruito? Qual è la differenza tra il distruttore e il distrutto? Non sono entrambi uomini? Ma soprattutto, qual è la colpa del distrutto?&amp;rdquo; Questi&amp;nbsp; sono solo pochi degli interrogativi che hanno pervaso la mia mente nel momento in cui, affacciata dal quel balcone dello spiazzo aperto sul vuoto, ho visto esattamente il niente. Young parla di &amp;ldquo;ricordo di un&amp;rsquo;assenza&amp;rdquo;; è proprio questo niente, questa assenza che ti fa venire i brividi, perché tu, persona che visiti questi luoghi, sai bene che prima il nulla non esisteva; quei bambini, che ora hanno il volto di pietra di un gruppo scultoreo, una volta giocavano per le strade, sai che&amp;nbsp; le madri di famiglia erano&amp;nbsp; in casa forse a cucire qualche toppa, forse a cucinare la torta che piaceva tanto ai propri cari.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;Anche se non sappiamo con precisione ciò che prima c&amp;rsquo;era, lo possiamo tuttavia immaginare, e questo pensare alle anime di vittime innocenti, a case fantasma che ora non esistono più, ti scioglie il cuore. Credo che per far sì che l&amp;rsquo;uomo non compia più azioni simili, tutti noi, uomini occidentali, orientali, meridionali, settentrionali, dobbiamo ricordare tutto questo, soprattutto dopo un&amp;rsquo;esperienza come quella di questo viaggio che ci ha permesso di toccare con mano il dolore di migliaia&amp;nbsp; di anime vaganti,&amp;nbsp; ora anche nei nostri cuori.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Questo che ho descritto, per me, è stato il vero viaggio della memoria: non è stata solo una visita turistica al museo, non è stata un&amp;rsquo;attrazione, come dice J.E. Young; anche la visita a statue e monumenti&amp;nbsp; non è semplicemente un motivo di marketing turistico, i luoghi riescono a parlarti, le loro parole però non sono composte da lettere vocali e consonanti, ma da emozioni e sentimento; Peter Weiss dice che solo colui che fa esperienza può comprendere. Ritengo che questa affermazione sia in parte vera, perché solo guardando i binari di Terezin &amp;nbsp; o la vallata di Lidice ho compreso cosa veramente sia successo. Molti ne parlano, molti ne scrivono, ma non è per niente la stessa cosa; l&amp;rsquo;autore di drammi storici ha ragione: bisogna viverle direttamente certe emozioni per poterle capire.&lt;/p&gt; &lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;</description>
     <pubDate>Fri, 12 Apr 2013 19:40:48 +0000</pubDate>
 <dc:creator>viaggio della memoria</dc:creator>
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    <title>Può essere legittimo un omicidio?</title>
    <link>http://www.ilfuturononsicancella.it/archivio/elaborazione/scritti/pu%C3%B2-essere-legittimo-un-omicidio</link>
    <description>&lt;div class=&quot;field field-name-body field-type-text-with-summary field-label-hidden&quot;&gt;&lt;div class=&quot;field-items&quot;&gt;&lt;div class=&quot;field-item even&quot; property=&quot;content:encoded&quot;&gt; &lt;p&gt;Tema di Italiano e storia di Nicolò Chiesi II C&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;Può essere legittimo un omicidio? Possiamo noi credere che ci siano casi in cui sia giusto uccidere? Anche nell&amp;rsquo;eventualità in cui il diretto interessato sia un tiranno, la risposta, se esiste, è molto più complessa di quanto sembri. Nel 1159 un religioso di nome Giovanni di Salysbury scriveva nel suo Policraticus che uccidere il tiranno non è solo permesso, ma è anche equo e giusto, rievocando così il detto: &amp;rdquo; Chi di spada ferisce, di spada perisce&amp;rdquo;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ci appaiono come flash, nella mente, le immagine di decine di tiranni che sono stati uccisi dal proprio popolo, pressato e &amp;ldquo;centrifugato&amp;rdquo; fino all&amp;rsquo;esasperazione: i corpi senza vita degli esponenti del partito fascista esposti come prosciutti in piazza Loreto, l&amp;rsquo;assassinio di Heydrich da parte di due partigiani cechi, oppure, più di recente, il video del linciaggio di Gheddafi. Immagini molto forti, che indirizzano verso un quesito: &amp;rdquo; E&amp;rsquo; giusto così?&amp;rdquo;. Come non è accettabile la pena di morte, non è in nessun caso ammissibile che un uomo si senta in diritto di essere arbitro della vita di un altro essere umano. Così facendo, infatti, ci si può solo avvicinare alla condizione di despota.&lt;br /&gt;Questo principio potrebbe fornire una chiave di lettura del problema molto coerente ed eticamente corretta, ma forse è troppo facile considerare questi argomenti attraverso una &amp;ldquo;lente storica&amp;rdquo; che rischia di appiattire gli eventi e di porre un genocidio sullo stesso piano di una crisi economica.&lt;br /&gt;Probabilmente se in questo momento il nostro paese fosse soggiogato da un despota sanguinario, il primo desiderio comune sarebbe quello di vederlo appeso per i piedi ed esposto alla comunità, come accadde poco meno di settant&amp;rsquo;anni or sono. Il regime dittatoriale quindi è il più intollerabile di tutti e penso che la rivolta contro di esso sia assolutamente lecita.&lt;br /&gt;Pensiamo però alle rivoluzioni del XX secolo, concentrandoci su quelle sudamericane: è triste apprendere come abbiano portato non alla riedificazione della democrazia, ma molte volte alla formazione di una nuova tirannide. E&amp;rsquo; il caso di Cuba, in cui un sistema sanitario avanzato e praticamente gratuito non è sufficiente a definire una democrazia. Nell&amp;rsquo;atto di uccisione di un tiranno, giusto o sbagliato che sia, non è ammissibile che ci siano dei fini e degli interessi personali, i quali potrebbero portare, appunto, all&amp;rsquo;istituzione di una nuova tirannide. Questo non fu il caso di Ian Kubis e di Josef Gabcik che il 27 maggio 1942 uccisero a Praga il terzo uomo più importante del regime nazista, Heydrich. I due partigiani, insieme ad altri cinque compagni diedero infatti la vita per la collettività, per i loro connazionali, e per la libertà. E&amp;rsquo; senz&amp;rsquo;altro un&amp;rsquo;impresa degna di essere studiata nei libri di scuola, come quella dello studente Ian Palach che nel gennaio del 1969 si diede fuoco davanti alla statua di san Venceslao, patrono di Praga, per protestare contro l&amp;rsquo;occupazione comunista.&lt;br /&gt;La storia dell&amp;rsquo;ultimo secolo ci offre una serie infinita di esempi di tirannidi che hanno, con il loro intervento, fatto scorrere, purtroppo non sempre metaforicamente, fiumi di sangue. Eppure, ancora oggi, ci affidiamo ciecamente alle promesse che ci vengono fatte dalla classe politica. Il &amp;ldquo;populismo&amp;rdquo; raccoglie ancora una quantità inquietante di consensi. Non possiamo indignarci, non farlo sarebbe disumano, davanti alla storia nazifascista e poi appoggiare degli esponenti politici che sostengono che le leggi razziali vennero imposte a Mussolini da Hitler, oppure che si lamentano di non riuscire a svolgere il proprio lavoro perché continuamente messi sotto accusa da una giustizia che non funziona, non tanto per i suoi lunghi tempi, quanto perché &amp;ldquo;impestata&amp;rdquo; da una corrente politica avversa. E&amp;rsquo; sacrosanto che ci indigniamo per paesi rasi al suolo senza una ragione apparente, se non quella di dimostrare la superiorità di un potere ottuso nei confronti di un nemico inerme. Su un piano meno drammatico, e riconoscendo la differenza di &amp;ldquo;scala&amp;rdquo;, dovremmo indignarci anche per un presidente, eletto democraticamente, che non si lascia processare, ed i cui collaboratori occupano simbolicamente il Palazzo di Giustizia, non per chi non ha lavoro, non per le persone che non riuscendo a far fronte alla crisi si sono tolte la vita, ma per lui che, a loro dire, è preso di mira dalla magistratura.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Guardandoci attorno, possiamo vedere attorno a noi molte situazioni in cui la libertà è in pericolo: e non solo in Africa o in Asia, ma anche in paesi più vicini a noi, dalla Russia all&amp;rsquo;Ungheria.&lt;br /&gt;Dobbiamo avere consapevolezza critica, questo è fondamentale, e dobbiamo imparare dai nostri errori. Non possiamo permettere che le leggi, come scriveva nel 1657 il britannico Edward Sexby, diventino delle ragnatele: &amp;rdquo;Buone per prendere le mosche, ma inutili a trattenere vespe e calabroni&amp;rdquo;. Sexby legittimava pienamente il diritto di uccidere i tiranni, e la sua visione è lucida e ben definita; egli infatti afferma che: &amp;ldquo;Chi sfugge alla giustizia nei tribunali deve attendersi di trovarla nelle strade&amp;rdquo;.&lt;/p&gt; &lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;</description>
     <pubDate>Fri, 12 Apr 2013 19:35:20 +0000</pubDate>
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