REGGIO EMILIA - TEREZIN  2016

Posa delle Pietre d'inciampo a Reggio Emilia, gennaio 2016

Pietre d'inciampo: La bellezza del ricordo

di Eleonora Cagnolati, Tommaso Vezzani, Riccardo Pesare della VD Classico Ariosto 

Tenere in vita la storia di un ragazzo. E’ questo il progetto di ISTORECO con cui quest’anno si è voluto mantenere un contratto con il passato. L’iniziativa “Pietre d’inciampo” permette, a studenti come noi, di avere la possibilità di ricostruire la storia di vittime della Shoah, nostri concittadini. L’iniziativa parte da lontano: l’artista berlinese Gunter Demnig crea sampietrini ricoperti d’ottone che portano incisi il nome, la data di nascita e di morte della vittima che si vuole ricordare. Davanti alla casa dove risiedeva la vittima verrà posta la pietra d’inciampo. Lo scopo di questa iniziativa è infatti “farci inciampare” nel drammatico passato che ha coinvolto anche la nostra città.

Il progetto firmato ISTORECO offre la possibilità di "ricostruire" la Storia, di sentirla quasi passare di fianco a noi, di riscoprire vite passate e conseguentemente di rivalutare le nostre presenti. Oltre però ad essere, per tutti questi motivi, un incredibile onore, rappresenta anche un importante onere: imperdonabile sarebbe infatti qualsiasi vita dimenticata, trascurata e data in pasto all'oblio. E quella di Giorgio Melli è una storia "salvata" quasi per caso, affiorata tra i relitti di una ricerca compiuta lo scorso anno dai ragazzi del nostro stesso Liceo Ariosto Spallanzani circa suo padre - Benedetto Melli - e sua madre - Lina Jacchia. Questa coppia di ebrei reggiani, ben inseriti all'interno della società, aveva prima dell'inizio delle persecuzioni un negozio di chincaglierie in via Emilia San Pietro, a pochi metri dalla casa in cui viveva, all'epoca numero 28-32 e oggi numero 22, davanti alla quale aggiungiamo la terza pietra di Inciampo della Famiglia Melli. Sì, perché anche la vita di Giorgio è stata annientata dalla Shoah, ma in un modo subdolo, che fa di lui oggi una di quelle "vittime oblique" che troppo spesso non vengono considerate: il fascismo non l'ha ucciso fisicamente, ma ha devastato la sua mente, strappandogli la possibilità di vivere. Andiamo per ordine: Giorgio Melli nasce in via dell'Ospedale numero 4 il 29 Novembre 1919 da Benedetto Melli, commerciante, e Lina Jacchia in Melli, casalinga. La sua vita, almeno durante i primi anni, è tranquilla, e le foto di classe che il nipote di un suo compagno ci mostra rappresentano un ragazzo come tanti altri, sorridente e ricco di amici a cui – come il compagno stesso raccontava - non disdegna di dare una mano in matematica. Giorgio è infatti un alunno modello, e dopo i primi studi, tra il 1930 e il 1938 frequenta con eccellenti risultati l'antenato della nostra stessa scuola, il Regio ginnasio-liceo Spallanzani: grazie all'archivio scolastico abbiamo perfino avuto la possibilità di vedere le sue pagelle, piene di voti sopra la media, compreso un dieci in Filosofia all'esame di maturità. È proprio dopo l'esame che però la sua vita, così come purtroppo quella di tanti altri, prende una triste direzione: l'estate della maturità, per Giorgio, coincide per l'Italia con quella delle Leggi Razziali, e poco importa se i Melli inizialmente riescono ad essere ebrei discriminati. La famiglia si divide: il ragazzo ha 19 anni, è portato per gli studi, ma in Italia non c'è più futuro per gli Ebrei, e dunque per laurearsi è costretto a trasferirsi in Svizzera, mentre papà e mamma decidono di rimanere in patria. Il figlio in Svizzera, a Losanna, non si smentisce e nel 1943 si laurea in Ingegneria chimica: nella Penisola, però, la situazione è critica, e anche Benedetto e Lina capiscono che è il momento di scappare. Qui i contorni della ricostruzione storica si fanno indefiniti: come già detto l'anno scorso, i coniugi l'8 Dicembre del 1943 vengono arrestati proprio sul confine svizzero, a poche spanne dalla salvezza, e di lì a poco, il 26 Febbraio 1944, muoiono nelle camere a gas di Birkenau. Non sappiamo se davvero il figlio, quel giorno, andò ad accoglierli e vide con i suoi stessi occhi l'arresto e, di fatto, la condanna dei genitori o piuttosto – com'è più probabile - apprese successivamente la notizia, ma fatto sta che la famiglia non si ricongiunse mai più. Ciononostante, la vita di Giorgio almeno apparentemente continua e il ragazzo si rifugia negli studi, conseguendo una nuova laurea in Scienze Politiche a Ginevra fra il 1944 e il 1948. Ma la guerra è ormai finita, e Giorgio sente che è il momento di tornare, sebbene della sua famiglia non sia rimasto più nessuno. L'unico documento certo relativo a questo periodo è una lettera che Melli scrive a Maria Jose Savoia, offrendosi come precettore dei suoi figli: si tratta senza dubbio di una fonte interessante, anche per il semplice fatto di riportarci parole scritte da Giorgio di proprio pugno, ma che spiega bene come gli ultimi anni di questa vita siano avvolti da una fitta nebbia. È infatti l'unica fonte sicura che abbiamo riguardo alla vita del ragazzo nel dopoguerra, e tutto ciò che sappiamo del suo rientro a Reggio Emilia è che nei primi anni vive presso una famiglia amica dei suoi genitori, che ha costituito per noi la risorsa più importante in questa ricerca. Sappiamo comunque abbastanza da poter raccontare di come il dolore piano piano si impossessi di Giorgio e il ragazzo inizi a manifestare sempre più frequenti segnali di disagio psichico, sintomo di una mente ferita e sanguinante. La situazione degenera definitivamente e, dopo anni di ricovero in Villa Santa Chiara a Verona la vita, nel 1977, lo abbandona in quella stessa clinica. Una vita segnata, un futuro probabilmente luminoso stracciato dal dolore che conduce alla pazzia. No, non ci si poteva dimenticare di Giorgio.

E’ durante la soleggiata mattinata dello scorso mercoledì 13 gennaio che ha avuto luogo la cerimonia della posa delle pietre d’inciampo. Giorgio Melli, il ragazzo di cui noi studenti di 5D ci siamo occupati, non è stato l’unico destinatario della commemorazione. In realtà, l’intera giornata di mercoledì, con inizio a Correggio e fine a Castelnuovo Monti, ha voluto ricreare un piccolo viaggio della memoria all’interno dei luoghi più vicini a noi: la città e le province che viviamo, fin troppo spesso sottovalutate. Noi abbiamo avuto la fortuna di partecipare alle pose avvenute nel centro storico di Reggio. Quattro in tutto. Alla presenza del vicesindaco Matteo Sassi, degli studenti dell’istituto Galvani-Iodi e Motti e di alcuni cittadini, il primo appuntamento è in via Cagni 4, di fronte all’ultima residenza di Dante Padoa, ebreo reggiano morto di infarto perché braccato dai nazi-fascisti e padre di Lazzaro Padoa, ex allievo e poi docente del nostro liceo. Compare l’artista, Gunter Demnig, con gli attrezzi in una mano, e l’oggetto più prezioso -la pietra ottonata- nell’altra. Ha diffuso in maniera capillare in tutta Europa questo splendido modo di fare arte. Fare arte ricordando e facendo ricordare, fare arte facendo inciampare. Ci sono sì un paio di operai che si occupano di creare il buco sul selciato, ma è Gunter che si piega sulle ginocchia, a testa bassa, di fronte ad ogni singola abitazione di tutti coloro ai quali dedica le sue pietre. E’ Gunter che lavora con le proprie mani nude, che stende lo strato di cemento ed infine posa la pietra, avendo l’affettuosa accortezza di pulire minuziosamente le scritte in superficie. Non proferisce parola, solo qualche cenno agli operai. Quasi sicuramente non conosce l’italiano, ma sono i suoi occhi e le sue movenze a parlare per lui: appare colmo di umiltà, di dignità, di discrezione. Sembra volersi fare interprete di un fortissimo senso di dovere morale, seppur nella modestia dei suoi modi, e nella gratuità del suo lavoro: la creazione, la diffusione e la posa di questo particolare strumento di inciampo mnemonico è il suo modo per alleggerire idealmente il senso di colpa che tutt’ora fa parte della coscienza comune tedesca ed europea. 
Mentre l’artista lavora, in via Cagni le studentesse del Galvani leggono il frutto delle loro ricerche su Dante Padoa. Terminata la posa, Gunter si allontana, e si mischia alla folla. Le ragazze del Galvani incorniciano la pietra fresca di posa con dei fiori bianchi, come per proteggere, anche se per poco, un punto che da quel momento in poi assume un significato quasi sacro. In seguito, è la volta di via Roma 7, e di Ida Liuzzi, ebrea scomparsa dopo essersi nascosta ad Albinea, in un rifugio ricavato nella casa della sua domestica “ariana”. Lo stesso gruppo si sposta, e si infoltisce di altri studenti, quelli dell’istituto Motti. Finalmente, è la volta di Giorgio Melli, in via Emilia San Pietro 22. Leggere davanti a studenti e cittadini di tutte le età i prodotti della nostra ricerca su quest’interessantissima e triste esistenza, è stato un momento di forte intensità ed emozione. Condividere la vita di colui che è stato un ragazzo come noi, e a cui noi tutti ci siamo affezionati col tempo e con la ricerca, ha contribuito al sorgere di un’atmosfera seria, commossa, di riflessione. Di memoria, appunto. La posa della pietra destinata a Giorgio viene quindi ultimata a fianco di quelle dei genitori, posate l’anno scorso. (La memoria di) Giorgio può finalmente tornare sotto la loro ala protettiva, nel focolare domestico, restituendo così se stesso, amato figlio, ai genitori. Anche tra di noi c’è qualcuno che lascia dei fiori bianchi a protezione di questa pietra commemorativa, sprovvista, però, di data di morte. Un’omissione simbolica, vista la vita nella quale è stato costretto.
Il viaggio della memoria, per quanto riguarda Reggio centro, termina in via Baruffo 1, e con la memoria di Paolo Bonaventura, docente ebreo e antifascista, morto anch’egli nel reggiano. E’ la volta degli studenti del Motti che, attraverso i loro scritti, lasciano un ulteriore profondo ricordo. Interviene anche il vicesindaco Sassi. Il suo è un discorso carico di compartecipazione e, fra le altre cose, sottolinea ancora una volta l’importanza di attività come quella di ISTORECO, l’importanza del ricordo e della ribellione contro l’oblio, l’importanza dell’impegno civico, l’importanza della storia e dell’antifascismo -tutt’oggi ancora necessario, l’importanza della giusta informazione.
E’ superato il mezzogiorno, e questa bellissima esperienza è in dirittura d’arrivo. La folla si dirada, il nostro ritorno a casa è positivamente pensieroso. Gunter scompare nella discrezione così com’è apparso, pronto a creare altre pietre, per commemorare altre vite e rievocare altre storie, senza dimenticarsi mai di ricordare, senza stancarsi di far inciampare.